I cestini della Pasqua

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L’uovo, simbolo di origine pagana di nuova vita che nasce, è da sempre associato alle festività pasquali, ma in passato si impiegavano le classiche uova di gallina sode che venivano confezionate dalle massaie, per la gioia dei piccoli di un tempo, all’interno di una pasta di pane artisticamente decorata con bellissimi ricami, disegni, fregi, intagli e decori: piccoli capolavori per bravura e pazienza delle nostre nonne.
Questi pani augurali di Pasqua venivano preparati insieme al pane tradizionale all’interno delle mura domestiche e cotti nel forno a legna in pietra (u furnu i casa).
A confine tra pane e dolci, in genere i pupi cu l’ova, con forme umane, di animali o di oggetti, incastonate di uova sode col guscio colorato o decorato, si confezionavano tra il giovedì e il venerdì santo e si regalavano ai bambini o tra fidanzati. Spesso il pane con le uova aveva forma di paniere e veniva donato con preferenza alle bambine, insieme alla pupidda, la bambolina. Per i maschietti c’era il cavalluccio e il porcospino.
Tra le più svariate le forme che possono assumere: antropomorfe (pupi e pupe), zoomorfe (cavallucci, galline, uccellini), fitomorfe (alberi e fiori) o oggetti di uso quotidiano come canestri, ceste e corone. Diversissimi anche i nomi dati a questi pani, a seconda dei vari paesi della Sicilia dove erano preparati: panarinu, panarìna, panarédda (siracusano e ragusano); acéddu cu l’óva, puorcuspinu, cistinu e cuffitédda (siracusano); ciciliu (catanese); vaccarédda (trapanese); pupi, pupiddi, pupidda (palermitano ed un po’ ovunque); cuddùra e cuddurédda (messinese, ma anche altrove); canniléri (agrigentino).

Nel paese di mia madre (Palazzolo Acreide) venivano confezionati il panierino (panareddu) e il cestino per le femminucce e il porcospino per i maschietti, mentre allietavano il pranzo della Pasqua le cassatine al forno.
La preparazione è quella del pane, di cui si utilizzava lo stesso impasto. La massaia impastava la farina con il lievito naturale (criscenti), che si otteneva mettendo da parte un pezzo di pasta dell’impasto per il pane fatto in precedenza, questi poi andava rinnovato con acqua e farina il giorno prima di fare il pane, quindi aggiunto all’impasto successivo al momento della panificazione..

Ingredienti:
1 kg di farina (possibilmente semola di grano duro rimacinata)
66 cl circa di acqua (sarà poi la consistenza dell’impasto a stabilire l’esatta quantità)
25 g di lievito di birra oppure lievito naturale (150 g per ogni kg di farina)

Procedimento
Sistemare la farina sulla spianatoia, aggiungere il sale e il lievito di birra precedentemente sciolto in acqua tiepida (o la lavatina); lavorare bene aggiungendo acqua fino ad ottenere un impasto omogeneo.
Tagliare a pezzi e dare la forma che si desidera; lasciare lievitare per circa un’ora.
Cuocere nel forno già caldo a 200 °C per circa 30 minuti.
Se si desidera disporre di levito naturale per successive panificazioni, basta conservare di volta in volta una pagnottella di pasta cruda (criscenti), in un recipiente ermetico e in un luogo fresco e buio, fino al momento dell’uso.

La ricetta si trova sul mio libro « Pani ri casa e cosi minuti – L’arte panificatoria iblea » di Giuseppe e Maria Mazzarella, edito da Morrone Editore.

Questa ricetta partecipa al contest « Le ricette della carestia » del blog “I Pasticci di Luna“, nella sezione ricetta antica”.

Questa ricetta partecipa al programma di affiliazione « La pulce e il topo ».

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