A Santa Lucia si mangia solo «cuccìa»

Standard

Un’antica usanza vuole che per tutto il giorno del 13 dicembre non si mangi altro che la « cuccia », una pietanza a metà fra un dolce e una minestra.

Questo piatto legato alla ricorrenza di Santa Lucia ha diviso e continua a dividere gli studiosi circa la sua origine: alcuni la ritengono araba, altri indigena.

Lo storico Amari – Storia dei Mussulmani – la ritiene di probabile origine araba e aggiunge che ai suoi tempi, nel XIX secolo, si mangiava in Egitto un piatto simile chiamato « kesc ».

Il D’Aleppo e il Calvarusso propendono per la derivazione araba del termine: da « kiskiya », polenta di grano, saturo di latte poi seccato al sole e impiegato per fare zuppe e frittate, che risale al persiano « kasskina ».

Dell’usanza di mangiare la « cuccìa » in altre occasioni ci informa mons. Crispi negli usi funebri delle colonie albanesi di rito greco nel secolo scorso: “Si dispensava [ai poveri, durante le esequie] ancora frumento cotto, detto « Kóliva », e cuccìa in Sicilia, che si da pure nelle feste di alcuni santi”. Fino al 1763, scrive il Pitrè in « Spettacoli e feste popolari siciliane », per la festa di Sant’Antonio, nella “terra del Burgio coloro che erano travagliati dal mal di scabbia si limitavano a mangiare cuccìa”.

Il Pasqualino, nel suo Vocabolario etimologico siciliano, del 1786, la definisce “Frumentum elixum, frumento bollito, da cocciu, perché fatta di granelli di frumento”; mentre il Traina la descrive come « minestra di grano bollito con altri savori ».

La ricetta è molto semplice: si ammolla il frumento in acqua o latte il giorno prima e lo si cuoce a fuoco lento per qualche ora; quindi lo si condisce con miele, zucchero, olio o, come s’usa a Rosolini, con vino cotto. A Francofonte si suole aggiungere una manciata di ceci che simboleggiano gli occhi della Santa, protettrice della vista; a Palazzolo ed a Solarino la si condisce con un filo d’olio, mentre a Siracusa vi si aggiunge la ricotta per amalgamare ed a Palermo finanche pezzetti di cioccolato, cannella e zucca candita.

Si narra che quando morì Santa Lucia, la città fu colpita da un’improvvisa e terribile  carestia che l’avrebbe messa in ginocchio se non fossero approdate nel porto varie navi cariche di frumento, che, sbarcato l’immenso carico, si allontanarono e sparirono come per incanto, senza chieder ne ottenere compenso di sorta.

Secondo un’altra leggenda, le origini sono da ricercarsi in una lunga carestia, una delle tante piaghe della Sicilia dei secoli XVI e XVII: durante una di queste carestie la popolazione si trovava all’estremo delle forze quando all’improvviso arrivò una nave carica di frumento. Il frumento venne immediatamente distribuito alla cittadinanza, la quale lo cucinò nella maniera più semplice possibile. Da allora in poi il 13 dicembre, al posto del pane, si mangiano legumi o cuccìa.

Il Capodieci nelle Memorie narra di un prodigio avvenuto nell’anno 1763:  “Occorre in quest’anno una grande carestia fino al 9 gennaio, in cui suole esporsi il simulacro di Santa Lucia per la commemorazione del terremoto del 1693.

Nel farsi al solito la predica, esce di bocca al predicatore che Santa Lucia poteva provvedere al suo popolo col mandare qualche bastimento carico di grano.

In effetti il giorno dopo, arriva dall’Oriente nel porto una nave carica di frumento e sul tardi un bastimento, che era stato noleggiato dal Senato; poscia un vascello raguseo seguito da altri tre; sicché Siracusa, con tale abbondanza che appare a tutti miracolosa, può provvedere molte altre città e terre di Sicilia”.

Per il popolo quindi la « cuccìa » ha avuto origine da un fatto miracoloso e viva è rimasta questa consuetudine anche a Sortino e a Canicattini Bagni.

A Realmente, provincia di Agrigento, il giorno di Santa Lucia si privano di mangiare pasta, pane o altro farinaceo, cibandosi solamente della « cuccìa » condita con miele o vino cotto, o di fave abbrustolite: questa usanza della « cuccìa » è comune a due terzi della Sicilia.

Altro aspetto legato a questo piatto è la condivisione con gli altri, spesso le persone più anziane si occupano della sua preparazione e ne danno anche ad amici, parenti e vicini.

[Articolo pubblicato sul bimestrale « Infiniti Sapori » n. 5, Anno II,  dicembre 2008, pagg. 54-55. ]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...